Riviera dei Fiori: da Monet alla regina Margherita.

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Da Monet alla regina Margherita: quando la Riviera dei Fiori conquistò artisti, aristocratici e viaggiatori europei.

La luce attraversa le chiome delle palme, si posa sulle facciate delle ville e raggiunge il mare, che tra un ramo e l’altro cambia colore. Percorrendo la Riviera dei Fiori, alcuni scorci invitano ancora oggi a rallentare: una terrazza affacciata sull’acqua, un giardino che accompagna il pendio, il profilo del borgo antico sopra i tetti. Sono dettagli che si osservano durante una passeggiata e che, poco alla volta, suggeriscono un pensiero più duraturo: come sarebbe ritrovarli ogni mattina, aprendo le finestre di casa?

Tra Ottocento e primo Novecento, questo tratto di Liguria entrò nelle abitudini di viaggiatori europei, artisti e famiglie aristocratiche. Bordighera accolse una numerosa comunità britannica; Monet vi trovò nuovi soggetti per la sua pittura; la regina Margherita di Savoia vi stabilì una residenza alla quale rimase legata fino alla morte, avvenuta il 4 gennaio 1926. A cento anni dalla sua scomparsa, ripercorrere queste storie significa ritrovare le ragioni di un’attrazione duratura: un paesaggio capace di trasformare il tempo di un soggiorno nel desiderio di tornare.

Ripercorrere queste vicende permette di conoscere la Riviera attraverso ciò che ha lasciato nelle persone e ciò che quelle persone hanno lasciato sul territorio. Nei giardini, nelle architetture e nei luoghi della cultura si riconosce una vocazione all’accoglienza che continua a parlare a chi cerca una casa tra Bordighera, Ospedaletti e Sanremo.

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Quando la Riviera era una destinazione da vivere in inverno.

Prima di essere associata alle vacanze estive, Bordighera era già una destinazione scelta da numerose famiglie britanniche per trascorrere l’inverno. Sul finire dell’Ottocento, gli ospiti inglesi arrivarono a essere circa tremila, superando una popolazione locale di poco più di duemila abitanti. Alla notorietà della località aveva contribuito anche la letteratura: il romanzo Doctor Antonio di Giovanni Ruffini, pubblicato a Edimburgo nel 1855, aveva fatto conoscere questo angolo di Liguria ai lettori d’oltremanica. Prima ancora del viaggio, dunque, era stato un racconto ad accendere la curiosità per il territorio.

Fermarsi per un’intera stagione significava portare con sé abitudini, interessi e occasioni di socialità. La comunità britannica contribuì così alla nascita di luoghi destinati a lasciare una traccia duratura nella città. Nel 1878 venne fondato il Bordighera Lawn Tennis Club, considerato il più antico d’Italia: inizialmente, il gioco era soprattutto un’occasione per incontrarsi, trascorrere del tempo all’aperto e ritrovarsi per il tè. Il campo da tennis entrava nella giornata di villeggiatura con la stessa naturalezza di una passeggiata, creando relazioni che si rinnovavano di stagione in stagione.

Anche i libri raccontano questa presenza. La biblioteca nata intorno al 1883, grazie all’iniziativa e alle donazioni dei residenti inglesi, trovò inizialmente spazio presso la Chiesa Anglicana, poi al Museo Bicknell. La crescita delle raccolte portò alla costruzione, nel 1910, di una sede propria in pietra, in stile vittoriano. Oggi è la Biblioteca Civica Internazionale: il suo ingresso a colonne, aperto verso il giardino, conserva nell’architettura il ricordo di quella comunità.

A questa storia appartiene anche il Museo Clarence Bicknell, fondato nel 1888 come luogo di studio e incontro culturale. Le raccolte dello studioso inglese e i grandi ficus all’esterno restituiscono il legame tra curiosità scientifica e passione per la natura, che animava una parte della società internazionale di Bordighera. Camminando oggi tra questi luoghi, la stagione della villeggiatura europea diventa più concreta: prende la forma di un libro consultato, di un pomeriggio dedicato allo sport, di un giardino nel quale proseguire una conversazione. Piccoli rituali attraverso cui una destinazione lontana era diventata, per molti, un ambiente familiare.

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Monet a Bordighera: la scoperta di una luce da inseguire.

Claude Monet aveva conosciuto la Riviera durante un viaggio con Pierre-Auguste Renoir nel 1883. Tornò a Bordighera da solo all’inizio del 1884, per dedicarsi alla pittura con maggiore continuità. Tra gennaio e aprile realizzò oltre trenta dipinti del paesaggio locale, alternando il lavoro all’aperto alla ricerca di nuovi punti di osservazione. Nelle lettere alla compagna Alice, raccontava questa esplorazione quotidiana: trovare il soggetto significava percorrere il territorio, studiare le prospettive e scegliere come racchiudere sulla tela un paesaggio tanto ricco.

Stabilitosi alla Pension Anglaise, Monet esplorò la via Romana, il Vallone del Sasso e le vedute della città vecchia dalle alture. Tra i luoghi che lo colpirono maggiormente vi furono i Giardini Moreno, nei quali la vegetazione mediterranea conviveva con specie esotiche. Quell’abbondanza gli appariva quasi irreale: nelle sue descrizioni il giardino assumeva il carattere di un mondo vegetale sorprendente, capace di offrire continuamente nuove possibilità alla pittura.

L’entusiasmo si accompagnava però a una ricerca esigente. Monet desiderava dipingere aranci e limoni sullo sfondo del mare azzurro, ma scriveva di non riuscire a trovare la disposizione che cercava. Questo dettaglio restituisce la concretezza del suo lavoro: davanti alla bellezza del paesaggio, continuava a cercare l’inquadratura capace di esprimere ciò che vedeva. Nel leggerlo, viene spontaneo soffermarsi a propria volta su una chioma, seguire il profilo di un ramo, osservare il punto in cui il verde lascia emergere il mare.

Nella veduta di Bordighera conservata al Museum Barberini, il borgo e l’acqua si osservano attraverso i tronchi di due pini. I tetti e la vegetazione si dispongono su piani diversi, restituendo la profondità del paesaggio. La scelta del punto di vista trasforma una veduta della città in un’esperienza dello sguardo: si ha quasi la sensazione di essersi fermati lungo un percorso e di aver scoperto, tra gli alberi, una prospettiva inattesa.

L’esperienza italiana continuò a vivere nella pittura di Monet anche dopo il ritorno in Francia. Les Villas à Bordighera, oggi al Musée d’Orsay, fu realizzato nello studio di Giverny a partire da una versione più piccola dipinta sul posto. A Bordighera, invece, una porzione superstite degli antichi Giardini Moreno è oggi dedicata al pittore, lungo la via Romana.

Il grande giardino ottocentesco non si conserva nella sua estensione originaria, ma questa testimonianza permette di ritrovare un legame concreto con il suo soggiorno. Le tele e i luoghi possono così accompagnarsi nella scoperta della città: le prime suggeriscono come guardare, i secondi invitano a concedersi il tempo per farlo.

La regina Margherita e Bordighera: un legame da riscoprire nel centenario della scomparsa.

Nel 2026 ricorrono cento anni dalla morte di Margherita di Savoia, prima regina d’Italia, scomparsa il 4 gennaio 1926 nella sua villa a Bordighera. La ricorrenza riporta l’attenzione su un legame che appartiene alla storia della città e ai suoi luoghi: una dimora immersa nel verde, il parco che la circonda, il ricordo di una presenza che contribuì al prestigio della Riviera tra Ottocento e Novecento.

Il primo arrivo della sovrana a Bordighera risale al 1879. Negli anni successivi il rapporto con la città si consolidò, fino alla realizzazione di Villa Regina Margherita, avviata nel 1914 all’interno del parco di Villa Etelinda. La nuova residenza, in stile neobarocco e in posizione rialzata, diede una forma duratura a questa predilezione per la Riviera. Una casa alla quale tornare permette di conoscere un luogo attraverso il susseguirsi delle giornate: il mutare della luce nelle stanze, le prospettive del giardino, i percorsi che diventano familiari. La storia della villa invita a leggere anche in questa dimensione domestica il legame tra Margherita e Bordighera.

L’ultimo saluto della città alla sovrana fu accompagnato da una grande partecipazione. La documentazione dei Musei Civici di Savona ricorda che, al passaggio della bara per Bordighera, gli abitanti gettarono fiori dai terrazzi e dai tetti. Il 10 gennaio 1926 il convoglio funebre lasciò la città diretto a Roma: lungo il tragitto, le stazioni si riempirono di persone giunte a rendere omaggio alla regina. Le immagini dell’Istituto Luce documentarono questa partecipazione, conservando la memoria di un commiato che coinvolse luoghi e comunità lungo il percorso ferroviario.

Margherita fu sepolta al Pantheon, a Roma. A Bordighera rimase la sua dimora, testimonianza di un rapporto costruito nel tempo. Nel centenario della scomparsa, questa storia offre un’occasione per osservare la città con maggiore attenzione, riconoscendo nelle sue architetture le scelte e le consuetudini delle persone che l’hanno abitata. Il fascino della Riviera emerge anche da qui: dalla capacità di diventare un luogo personale, al quale associare una parte della propria vita.

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La passeggiata del Beodo e il paesaggio antico delle palme.

Dalle dimore storiche, il racconto di Bordighera prosegue lungo i percorsi che ne custodiscono la memoria agricola. Il sentiero del Beodo segue il tracciato dell’antico acquedotto che portava l’acqua dalle sorgenti del Monte Nero verso la città. Si sviluppa per circa tre chilometri tra uliveti, pergolati e muretti a secco, con scorci che si aprono sul mare e sull’abitato. I canali in pietra ancora visibili ricordano la funzione originaria del percorso e il lavoro necessario per distribuire l’acqua, coltivare i pendii e rendere abitabile questo paesaggio.

Lungo il vallone del torrente Sasso, il palmeto storico aggiunge alla passeggiata uno dei tratti più riconoscibili di Bordighera. Le palme da dattero, Phoenix dactylifera, appartengono a una tradizione molto più antica della villeggiatura ottocentesca: la storia del palmeto viene ricondotta al Medioevo. Il volume Palme di Liguria, curato da Claudio Littardi, lo indica come il palmeto storico di questa specie ritenuto più settentrionale dell’emisfero. Una particolarità che aiuta a comprendere lo stupore dei viaggiatori provenienti dal Nord Europa davanti a questo paesaggio mediterraneo.

Alla bellezza delle palme si intreccia una storia di coltivazione e commercio. Le loro foglie erano richieste per le celebrazioni cattoliche della Domenica delle Palme e per la festa ebraica di Sukkot. Il paesaggio che affascinava artisti e visitatori era dunque anche il risultato di conoscenze tramandate, cure e attività produttive. Osservarlo lungo il Beodo significa incontrare questa profondità: dietro il profilo delle chiome si riconosce una relazione secolare tra la città, la terra e le persone che l’hanno lavorata.

Il percorso invita a un’attenzione lenta. Un muretto accompagna il passo, la vegetazione cambia la prospettiva, il mare ricompare tra le aperture del pendio. La passeggiata acquista così il piacere di una scoperta progressiva, fatta di dettagli che dal lungomare rimangono nascosti. È un’altra dimensione della Riviera, raccolta e vicina alla sua storia, nella quale anche un itinerario breve può diventare un’abitudine da ritrovare a ogni soggiorno.

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I Giardini Hanbury e il desiderio di mettere radici.

Alla Mortola, l’incontro tra un viaggiatore straniero e la Riviera prese una forma particolarmente duratura. Nel 1867 Thomas Hanbury acquistò la proprietà della famiglia Orengo e avviò il lavoro da cui nacquero i Giardini Botanici Hanbury. Alla trasformazione contribuì il fratello Daniel, fornendo le basi scientifiche del progetto di acclimatazione. Piante provenienti da luoghi lontani trovarono spazio su questo promontorio affacciato sul mare, dando origine a una collezione nella quale la curiosità botanica si accompagnava alla costruzione del paesaggio.

Nel 1868 Ludwig Winter divenne curatore dei giardini. Giardiniere e paesaggista, partecipò alla loro realizzazione e organizzò la manutenzione dei vivai, la raccolta dei semi e la formazione del personale locale. All’interno della proprietà, sotto l’antica strada romana, furono collocate le serre e il nursery garden: il vivaio che affiancava le collezioni e il lavoro di coltivazione. Dietro l’apparente naturalezza del giardino si riconosce così un’attività paziente, fatta di osservazione, competenze e attenzione alle condizioni necessarie alla crescita delle piante.

Il valore di questo luogo comprende la varietà botanica e il rapporto tra vegetazione, architettura e paesaggio. La proprietà fu sottoposta a vincolo dalla Soprintendenza per il suo valore architettonico, paesaggistico e culturale. Percorrerne i viali significa entrare in un ambiente nel quale il giardino avvolge gli edifici, accompagna il pendio e apre continuamente nuove prospettive sul mare. La cura delle piante e quella degli spazi costruiti partecipano alla stessa esperienza di bellezza.

Dal 1918, con Cecil e Dorothy Hanbury, acquistò maggiore rilievo la composizione paesaggistica. Gli interventi di Dorothy aprirono visuali, valorizzarono i punti panoramici e studiarono gli accostamenti delle fioriture, proseguendo il dialogo tra ricerca botanica e sensibilità estetica. Il giardino veniva ripensato anche attraverso il movimento di chi lo avrebbe attraversato: una curva del sentiero, una pausa davanti a una pianta, un’apertura verso l’acqua potevano cambiare la percezione dell’insieme.

La storia degli Hanbury racconta quanto profondamente un luogo possa entrare nei progetti di una famiglia. Piantare un albero, seguirne la crescita e immaginare il giardino negli anni successivi significa costruire un legame con il futuro. Alla Mortola quel legame ha attraversato le generazioni e continua a rendersi visibile in un paesaggio al quale sono stati dedicati tempo, conoscenza e cura.

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Ville e residenze: quando il paesaggio diventa una scelta di vita.

Tra le storie che raccontano questa attrazione, quella di Charles Garnier ha un significato particolare. L’architetto noto per l’Opéra di Parigi acquistò nel 1871 un terreno a Bordighera per costruire la propria abitazione di villeggiatura. Scelse la zona dell’Arziglia, in prossimità del mare, dove sorse Villa Garnier. Il giardino e la casa divennero parte di un ambiente internazionale: nei manoscritti del figlio Christian, l’invito a suonare per visitare il giardino compare tradotto in trentanove lingue.

È un dettaglio che racconta con efficacia il carattere di quella dimora. La residenza privata custodiva il piacere dell’ospitalità e il giardino diventava occasione d’incontro. Per leggere l’architettura della Riviera, vale la pena partire proprio da questo rapporto tra raccoglimento e apertura: la possibilità di ritirarsi nella propria casa conservando, appena oltre la soglia, una relazione con il paesaggio e con il mondo.

Villa Garnier e Villa Regina Margherita raccontano, con storie e architetture diverse, quanto la scelta di abitare la Riviera abbia contribuito a disegnarne il paesaggio. I parchi, la posizione delle dimore e il rapporto con il mare conservano il segno di quelle preferenze. Osservarli oggi permette di comprendere come il fascino di Bordighera si sia costruito anche attraverso scelte personali, diventate nel tempo parte dell’identità della città.

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Sanremo, tra la memoria dell’imperatrice e la casa di Alfred Nobel.

A Sanremo, il ricordo della villeggiatura aristocratica accompagna ancora una passeggiata sul mare. Corso Imperatrice deve il proprio nome a Maria Alexandrovna, moglie dello zar Alessandro II, che trascorse in città l’inverno tra il 1874 e il 1875. Durante il soggiorno, la sovrana donò alla città le palme destinate al viale: un gesto che legò la sua presenza a un elemento divenuto parte dell’immagine di Sanremo. Il nome della passeggiata conserva questa relazione tra ospitalità, paesaggio e memoria.

La presenza russa assunse nel tempo anche una dimensione comunitaria e religiosa. La Chiesa Russa, inaugurata nel dicembre del 1913, nacque dall’iniziativa della comunità ortodossa e dalla raccolta di fondi per dotarla di un proprio luogo di culto. Le sue cupole aggiungono al paesaggio urbano un segno immediatamente riconoscibile di quella storia internazionale. Osservarle durante una passeggiata permette di leggere Sanremo come una città nella quale culture diverse hanno trovato spazio, lasciando testimonianze che continuano a far parte della vita quotidiana.

Un’altra vicenda conduce a Villa Nobel. Lo scienziato svedese scelse Sanremo per gli ultimi anni della propria vita, continuandovi i suoi studi, e morì nella sua casa il 10 dicembre 1896. La sua presenza aggiunge una dimensione diversa al racconto della Riviera: accanto ai soggiorni aristocratici, una storia di lavoro e ricerca.

Tra la passeggiata dedicata all’imperatrice e la dimora dello scienziato, emerge così una città capace di accogliere aspirazioni differenti. Conoscerla significa seguire queste tracce e scoprire, dietro luoghi familiari, le persone che contribuirono a costruirne il carattere.

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Ospedaletti e la stagione della villeggiatura europea.

Tra Sanremo e Bordighera, Ospedaletti racconta un’altra parte di questa trasformazione. Nell’Ottocento, le sue caratteristiche climatiche e ambientali attirarono il turismo europeo; la presenza di personalità russe, inglesi e francesi contribuì ad arricchire il borgo di giardini, viali ed edifici di pregio. La località assunse progressivamente i tratti di un luogo pensato per il soggiorno, nel quale gli spazi all’aperto avevano un ruolo importante quanto le residenze.

Villa Sultana, l’edificio a tre cupole su corso Regina Margherita, appartiene a questa stagione. Fu sede di un casinò e luogo d’incontro della società internazionale che frequentava la Riviera. La sua storia documenta la componente mondana della villeggiatura: accanto al riposo e alle passeggiate, gli ospiti cercavano occasioni di ritrovo e intrattenimento.

Il legame tra la trasformazione urbana e il paesaggio si ritrova nei Giardini della Société Foncière Lyonnaise. Progettati nel 1892 dall’ibridatore nizzardo Luigi Isnart su terreni precedentemente appartenuti alla famiglia Aschero, testimoniano l’attenzione dedicata al verde nello sviluppo della località. Conoscere questa origine cambia il modo di osservare Ospedaletti: un viale alberato o un giardino diventano parti di un progetto di accoglienza maturato nel tempo. Durante una passeggiata, la storia può affiorare attraverso questi dettagli, mentre il mare resta vicino e accompagna il passaggio da un luogo all’altro.

Abitare oggi la Riviera dei Fiori, dentro una storia che continua.

L’eredità della villeggiatura europea entra anche nel modo in cui alcuni edifici vengono ripensati per l’abitare contemporaneo. A Bordighera, la trasformazione dell’ex Hotel Angst in residenze rappresenta un esempio di questo dialogo tra patrimonio architettonico e nuove esigenze domestiche. Ne abbiamo raccontato il percorso nell’approfondimento dedicato alla trasformazione dell’Angst da hotel di lusso a residenza abitativa.

Il fascino storico di un luogo diventa personale quando incontra le abitudini di chi lo abita. Per qualcuno conta poter raggiungere il mare a piedi; per altri, avere una terrazza riservata o una vista aperta dalla zona giorno. Una seconda casa può essere il luogo dei soggiorni lunghi, dei fine settimana decisi all’ultimo momento, delle giornate condivise con figli e amici. Comprendere come si desidera vivere la Riviera aiuta a riconoscere la proprietà giusta, dando un significato preciso a caratteristiche che, in un annuncio, potrebbero sembrare soltanto descrittive.

Da oltre cinquant’anni, Domus affianca chi desidera acquistare o affittare una casa in questo territorio, con una presenza radicata nella Riviera e un servizio di assistenza alla compravendita e alla locazione. È un’esperienza che permette di accompagnare la ricerca tenendo insieme l’abitazione e il contesto in cui si trova.

Contatta Domus per raccontarci come vorresti vivere la tua casa tra Bordighera, Ospedaletti e Sanremo. Partiremo dai tuoi desideri, dagli spazi di cui hai bisogno e dal tempo che vorresti trascorrere qui. Il paesaggio che oggi ti invita a fermarti potrebbe diventare quello a cui, domani, sarai felice di tornare.